giovedì 30 ottobre 2008

per i bambini che hanno sfilato oggi

Perché veniamo a scuola sul principio
« Prima di venirci né noi né i nostri genitori sapevamo cosa fosse la scuola di Barbiana. Quel che pensavamo noi non siamo venuti tutti per lo stesso motivo. Per noi barbianesi la cosa era semplice: La mattina andavamo alle
elementari e la sera ci toccava andare nei campi. Invidiavamo i nostri fratelli più grandi che passavano la giornata a scuola dispensati da quasi tutti i lavori. Noi sempre soli, loro sempre in compagnia. A noi ragazzi ci piace fare quel che fanno gli altri. Se tutti sono a giocare, giocare, qui dove tutti sono a studiare, studiare. Per quelli delle altre parrocchie i motivi sono stati diversi: Cinque siamo venuti controvoglia (Arnaldo addirittura per castigo). All'estremo opposto due abbiamo dovuto convincere i nostri genitori che non volevano mandarci (eravamo rimasti disgustati dalle nostre scuole). La maggioranza invece siamo venuti d'accordo coi genitori. Cinque attratti da materie scolastiche insignificanti: lo sci o il nuoto oppure solo per imitare un amico che ci veniva. Gli altri otto perché eravamo davanti a una scelta obbligata: o scuola o lavoro. Abbiamo scelto la scuola per lavorare meno. Comunque nessuno aveva fatto il calcolo di prendere un diploma per guadagnare domani più soldi o fare meno fatica. Un pensiero simile non ci veniva spontaneo. Se in qualcuno c'era, era per influenza dei genitori… »
Perché veniamo a scuola ora
« A poco a poco abbiamo scoperto che questa è una scuola particolare: non c'è né
voti, né pagelle, né rischio di bocciare o di ripetere. Con le molte ore e i molti giorni di scuola che facciamo, gli esami ci restano piuttosto facili, per cui possiamo permetterci di passare quasi tutto l'anno senza pensarci. Però non li trascuriamo del tutto perché vogliamo contentare i nostri genitori con quel pezzo di carta che stimano tanto, altrimenti non ci manderebbero più a scuola. Comunque ci avanza una tale abbondanza di ore che possiamo utilizzarle per approfondire le materie del programma o per studiarne di nuove più appassionanti. Questa scuola dunque, senza paure, più profonda e più ricca, dopo pochi giorni ha appassionato ognuno di noi venirci. Non solo: dopo pochi mesi ognuno di noi si è affezionato anche al sapere in sé… Prima l'italiano perché sennò non si riesce a imparar nemmeno le lingue straniere.Poi più lingue possibile, perché al mondo non ci siamo soltanto noi.Vorremmo che tutti i poveri del mondo studiassero lingue per potersi intendere e organizzare fra loro. Così non ci sarebbero più oppressori, né patrie, né guerre. »

martedì 28 ottobre 2008

sabato 25 ottobre 2008

dunque, come promesso(mi) sono andato alla manifestazione del PD al circo massimo. non sono appassionato ai numeri, ma la gente era veramente molta. è servito (spero) ai dirigenti del PD che ancora una volta dovrebbero trarre uno stimolo da tutte queste persone, militanti appassionati che si sobbarcano anche lunghi viaggi, per chiarirsi un po' meglio le idee, cercare un approccio più unitario, sforzarsi di individuare forme di opposizione più incisive. ormai il lutto può dirsi elaborato, no?
è servito alla gente, al "popolo", una forma di esorcismo collettivo contro il pensiero unico, dopo la sconfitta elettorale, voler mostrare la voglia di partecipare e di spronare il neo-partito a strutturarsi, a chiarire le modalità organizzative, ad uscire dal pantano delle neo-neo-correnti, ecc.
qualche dubbio sul discorso di uòlter però ce l'ho: ha tirato fuori tutto lo scibile, toccando tutti gli argomenti possibili, con quella venatura romantico-letteraria che tanto gli piace...forse poteva essere un po' più politico nelle proposte. ma capisco che eravamo in piazza e che era la prima uscita dopo le elezioni...
sarebbe dunque ora di voltare pagina.
a margine: mi sembra interessante la nuova "unità".

giovedì 23 ottobre 2008

ci vediamo sabato

Sabato andrò alla manifestazione organizzata dal PD al circo massimo. Ci ho pensato molto, è tanto tempo che non do più alcun contributo alla politica, con i miei limiti è ovvio, ma avevo scelto altre strade e poi il lavoro mi ha impegnato molto e lo fa ancora ma ho capito che spesso è una questione di organizzazione della propria vita - di priorità, come si dice – e si può raggiungere un certo equilibrio. poi sono anche gli eventi che ci chiamano e ci interrogano a volte. Oggi è così.

vigilanza

a volte mi sembra che le giornate scorrano molto simili, per non dire sempre uguali, al lavoro- nelle circa 8 ore che questo mi occupa - vedo poche persone, e quelle sempre le stesse. cosa è il “ricordarsi di sé”, l'essere vigili su se stessi, se sto molto tempo di fronte al pc a tirar fuori dati, informazioni o ad elaborare documenti? mi dicevo che non è possibile, perché l'essere consapevoli passerebbe, pensavo, solo attraverso una relazione, un incontro con una persona “altra” da me, e nelle dinamiche che si instaurano lì osservare cosa succede dentro.
in realtà, mi sto rendendo conto che non è esattamente così. Anche il “come” sto al pc, quante volte mi sorprendo a girovagare per siti diversi, da quelli “necessari” per il mio lavoro. capire perché vado lì sopra e non da altre parti. Come affronto le cose che lì dovrei fare per guadagnarmi la pagnotta, cosa ci metto dentro. Ecco, tutto questo, voglio dire anche le cose piccole, banali se vogliamo, che sfuggono a prima vista, hanno invece da dirmi/dirci molto.

un haiku


Coricàti per la pioggia
si son raddrizzati i bambù
a contemplare la luna
(basho)

differenza...di classe


Questa storia delle classi differenziali per i bambini stranieri è per me abbastanza inquietante. Ammantata di "buon senso” come quasi tutte le cose che fa questo governo, nel senso che corrispondono molto al “senso comune” che sentiamo la mattina sulla metro, al bar, in giro per la strada. Poi la lega in “sensocomunismo” è specializzata...e poi è la caratteristica del governo attuale: in mancanza di una chiara strategia si “siede” sui desiderata della “gente”, li agevola e li asseconda.
È inquietante e mi riporta indietro di molti anni. Alle medie io sono stato in una specie di classe differenziata. Non perché io sia straniero (all'epoca, tanti tanti anni fa, gli immigrati nel nostro paese quasi non c'erano) ma perché si era voluto sperimentare di mettere ragazzi molto bravi insieme a ripetenti, “vivaci”, con qualche problema di apprendimento. Era una scuola dell’estrema periferia romana, in una borgata, insomma.
Non sono un pedagogista ma il risultato fu che per tre anni, nel periodo della pubertà quando si iniziano a sentire i primi movimenti tellurici sessuali, mi sono trovato in una classe di soli ragazzi – chissà forse la quantità di ragazze “discole” all'epoca era bassa, ancora non c'era il bullismo femminile - con un'alta concentrazione di problemi (i ragazzi problematici erano stati inseriti solo nella mia sezione - che da questo prendeva il nome di "sperimentale", cosicché nella mia classe quasi la metà erano loro) tale da influenzare l'andamento delle lezioni e l'apprendimento di tutti. Nessuna analisi di quello che c'era dietro questi “casi”, quali le storie familiari, le difficoltà. Alla faccia di barbiana!
Così ho dovuto ritardare l'ingresso nel mondo femminile e un po' di ansie mi sono venute (ma questo, rispetto all’argomento che sto trattando, capisco che è un danno collaterale), che veramente mi sembravano marziane e lontane, ma soprattutto è certo che anche per l'altra metà della classe, che a quel punto faceva massa, i benefici sono stati ben pochi. Non credo che nessuno di loro si sia neanche iscritto alle superiori. Se li avessero distribuiti casualmente in tutte le classi e sezioni credo che i risultati dal punto di vista dell'integrazione sarebbero stati molto più significativi.
Quindi, cambiando ciò che c’è da cambiare, mi sembra che la storia si ripeta…inutilmente e dannosamente.E poi come dice uòlter: mettere insieme il cinese col rumeno col marocchino...non è certo il modo migliore per fargli imparare l'italiano...grande uòlter...

incipit


l'androide è un essere artificiale, un robot, con sembianze umane (il termine deriva dal greco anèr, andròs, "uomo", e quindi può essere tradotto "a forma d'uomo") presente soprattutto nell'immaginario fantascientifico In taluni casi l'androide può risultare indistinguibile dall'essere umano.
uno degli autori di fantascienza che fanno maggior uso degli androidi è stato Philip Dick il quale, poco interessato agli aspetti strettamente tecnico-scientifici, li utilizzava soprattutto come sostituti robotici degli uomini e dunque inquietanti simboli, rispecchiamento/rovescio dell'essere umano, definendoli spesso simulacri. Da un romanzo di Dick è tratto il film Blade runner che presenta un vivido ritratto di replicanti che aspirano a quella vita umana loro ineluttabilmente negata.
Possono esistere dunque anche androidi buoni, che il “diverso” non sempre è cattivo o brutto, un po’ eroi romantici, da causa persa, seduti dalla parte del torto contingente ma della ragione storica. politicamente scorretti, amanti del vero, del bello, del tutto. "umano troppo umano". Alter ego, specchi della nostra umanità, a volte più umani degli umani. poi ci siamo anche noi, sperduti androidi che non vogliono essere replicanti for ever e che inseguono se stessi e i molteplici (forse) significati della vita, con alterne fortune.